Santa Marina e Antonio


Lei è un po’ in là con gli anni – c’è chi dice sia del 1172 -, lui un giovanotto poco più che sessant’enne.

Un rapporto fatto di carezze, di piccoli gesti. Un romantico tentativo di ricordare quotidianamente la bellezza dei tempi passati.

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Santa Marina non si mostra al primo sguardo. Timida, si nasconde al buio, dietro il suo altare. Ma Antonio non fa che parlarne, fin dall’ingresso.

La racconta con trasporto, ne immagina il passato, come se lo vedesse, e riconosce ogni suo angolo, ogni piccolo dettaglio, come solo un amante sa fare.

Già dal portale si intravedono fiori freschi; pochi banchi, semplici ma dignitosi. C’è una scala, a dare l’idea di un padrone di casa operoso. Una bella luce, sul fondo dell’unica navata, invita i curiosi ad avvicinarsi.

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Passi misurati, quasi a non voler turbare il silenzio di quelle pareti, così vecchie, umide, severe. Ma basta abituare gli occhi alla penombra per scorgere i caldi colori degli intonaci, attenuati solo dagli anni e dal calcare.

Pochi tratti: una mano, l’ombra di un volto, una lettera, ed ecco già un nome, una storia. Anche nei giorni di pioggia un piccolo faro guida lo sguardo all’altare.

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Il visitatore più curioso potrebbe avventurarsi fino ad osservarne il Cristo stilizzato sopra la mensa, inconsapevole del segreto celato davanti ai suoi occhi.

La visita sembra finita, ma Santa Marina è proprio lì, nella penombra, come ad ascoltare le voci e i passi di chi entra senza sapere dove cercarla.

E lo stesso faro che ci ha guidato a due passi da lei, ora, tra le mani del suo custode, ci conduce sul fondo della chiesa, permettendoci di osservarne quel volto sereno che ha ispirato vite e racconti.

Iscrizioni, vesti antiche, effigi, sono svelate a poco a poco dalla luce e dalla voce di Antonio, che ne delinea le forme quando si fanno confuse e che le fa rivivere attribuendogli un tempo e un significato.

In quella stessa stanza, delle aperture sul fondo ci lasciano intravedere misteriosi passaggi sotterranei che si dipanano sotto l’intera superficie della chiesa, rivelando una seconda Ardea proprio sotto i nostri piedi: laghi sotterranei, collegamenti strategici tra i punti principali della città, vie ancora inesplorate che sembrano condurre a nuovi incredibili luoghi.

Passano ore e una semplice passeggiata riesce a trasformarsi in un desiderio di scoperta. Si comprende, così, senza alcun preavviso, l’origine del legame tra Antonio e Santa Marina.

Un amore che è voglia di rivelazione, che trascende la religiosità e che incontra il più atavico desiderio dell’uomo: la conoscenza.

Sono incontri che cambiano la percezione del territorio, mostrandoci d’improvviso magnifici tesori che abbiamo il dovere di conservare e documentare affinché non svaniscano lentamente sotto i nostri occhi, come gli affreschi di Santa Marina.

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Così come Antonio, anche noi dobbiamo tenere acceso quel faro, farci custodi di questo mondo invisibile, farcelo raccontare da chi ne ha ancora memoria e a nostra volta riscoprirlo dandogli nuova luce e nuovi colori.

Luca Polidori

Chiesa di Santa Marina, nel cimitero di Ardea, Via dei Rotuli

" Il Turno"

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